Perché nazionalizzare l'agricoltura può fermare il caporalato e lo schiavismo?

Foto di Fabio Cuttica (Contrasto)

Foto di Fabio Cuttica (Contrasto)

Pensare che quello del caporalato e dello sfruttamento in agricoltura, sia un problema di organizzazione a delinquere, e' poco esatto. E non e' esatto nemmeno che il lavoro nei campi non lo vuole fare più nessuno. Sembrerà provocatorio, ma la causa principale di questo fenomeno, siamo noi consumatori!

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In questo Report parliamo di:

  • Caporalato e schiavismo del XXI Secolo
  • Le fette di torta della filiera agricola
  • I discount e la grande distribuzione mettono all'asta l'agricoltura italiana
  • Sproporzioni di filiera
  • I Signori del Grano
  • Il modello canadese come esempio di nazionalizzazione del settore agricolo?
  • Nazionalizziamo l'agricoltura italiana!

Caporalato e schiavismo del XX Secolo

Diciamo la verità: senza lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura, la maggiorparte delle attività agricole non potrebbe effettuare il raccolto. Per quale motivo? Perché agli attuali prezzi di mercato, ai quali le industrie comprano le materie prime, converrebbe (come a volte succede) lasciar marcire i prodotti sulle piante.

So cosa state pensando:..."cosa centro io consumatore con questa storia dei prezzi? Ve lo spiego.

Una bottiglia di passata di pomodoro 39 centesimi di euro, un litro di latte 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo 49 centesimi. Pensate già ai costi per coltivare pomodori, grano, olive, frutta e verdura: arare, concimare, piantare, fare trattamenti antiparassitari, dare acqua, raccogliere. Ed e' solo il primo passaggio. Poi la materia prima viene venduta all'industria che la trasforma con ulteriori costi di macchine, energia, manodopera, imballaggi, trasporti.

Se già ti fermi a pensare a tutto questo, ti chiedi come fai tu a comprare un prodotto bello e pronto a circa 50 centesimi? Sembra strano eh? No, non viene prodotto in Cina.

Ma come si e' arrivati a prezzi cosi bassi, tanto da arrivare a non rendere più conveniente l'attività agricola? E' la legge della domanda e dell'offerta.

Dopo il boom economico mondiale post guerra, si e' assistito a decenni di aumento del potere di acquisto dei consumatori, stipendiati e salariati, e un progressivo aumento dell'offerta, man mano che crescevano le aziende di trasformazione e la tecnologia. Dagli anni '90 ad oggi (in particolare con l'introduzione dell'euro), si assiste invece ad un abbassamento del potere di acquisto da parte dei consumatori ed un aumento esponenziale dell'offerta, perché nel frattempo l'industria e' cresciuta, sia numericamente che tecnologicamente. Pertanto si tende a produrre in eccesso, rispetto alla domanda reale. Quindi per vendere bisogna far leva sull'abbassamento dei prezzi e sul marketing, influenzando la tendenza al consumismo.

Le fette di torta della filiera agricola

Facciamo l'esempio della passata di pomodoro prendendo i dati dei costi di filiera monitorati da Freshplaza.

Partiamo dai prezzi medi delle varie marche presenti nei supermercati: passata Carrefour costa 1,19 €/kg, Vellutata Valfrutta 1,56 €/kg, Cirio La Verace 1,70 €/kg, Cirio La Rustica 2,15 €/kg, fino a Mutti e altri marchi minori che arrivano anche ai 3 /5 euro al Kg. Il prezzo medio dei prodotti più commercializzati diciamo che e' intorno ai 2 euro al Kg.

Per fare 1 kg di passata servono 2,5 kg di pomodoro fresco, perché subisce un processo di disidratazione e concentrazione. Per il pomodoro raccolto il produttore riceve 0,20 €/kg, cioè 20 centesimi. Rapportato ai 2 euro al kg della passata, significa che per la materia prima, e quindi all'azienda agricola, spetta appena il 10% della torta.

A chi va il restante 90% della torta della filiera del pomodoro?

L'industria sostiene le spese di trasformazione (18-20%), confezionamento 13-14%, trasporto e marketing (7%), che in totale fa circa il 40%. E siamo arrivati già nei centri commerciali. Quindi tra il 10% delle aziende agricole e il 40% delle industrie, abbiamo il 50% del costo totale della bottiglia di passata, già imballata e trasportata fino ai centri commerciali.

E il restante 50%?

E' il margine del supermercato (50% circa). Quali costi ha il supermercato nella produzione della passata? Nessuno.

Ha solo il potere di mettere direttamente i prodotti a contatto con il consumatore. Quindi dei 2 euro al Kg del prezzo della passata, 1 euro se lo mettono in tasca le catene dei supermercati. Se poi decidono di fare le promozioni, sconti o altro, per portare il prezzo a 1 euro al Kg, quello sconto di prezzo ricade su industrie e aziende agricole. Ed e' tutto concordato prima della campagna del pomodoro. Come? Con le aste.

I discount e la grande distribuzione mettono all'asta l'agricoltura italiana

Continuiamo con l'esempio del pomodoro, simbolo dell'agricoltura mediterranea. Quest'anno l'accordo di filiera ha stabilito un prezzo di 8,7 centesimi al Kg per il pomodoro tondo e 9,7 centesimi al Kg per il pomodoro lungo (Fonte: Sole24ore).  Si, parliamo di quelle monetine piccole che quasi non usiamo! Questi sono prezzi teorici. Nella realtà, prima che la campagna del pomodoro abbia inizio, le grandi catene della Distribuzione Organizzata (GDO) iniziano le aste per i prodotti (passate, pelati, sughi ecc.) che gli vengono forniti dalle industrie. 

Parliamo di aste al miglior offerente, spesso doppie aste per arrivare a chi e' disposto a vendere ad un prezzo sempre più al limite. I quantitativi di acquisto di ogni catena, fanno gola alle industrie, perché sono numeri che tengono in piedi gli stabilimenti, anche se spesso il prezzo pagato copre solo i costi. Quindi c'e' sempre qualcuno disposto ad abbassare il prezzo pur di non perdere la commessa e non avere merce invenduta. Tanto alla fine, quella perdita sul prezzo, viene recuperata abbassando ulteriormente quei pochi miseri centesimi agli ultimi della filiera, gli agricoltori. Ecco perché se in agricoltura si dovessero pagare stipendi adeguati, sarebbe impossibile fare ricavi. Si chiude. (Fonte: Internazionale).

Ora fermiamoci un attimo per capire perché la grande distribuzione ha tutto questo potere.

Solo per il pomodoro, parliamo di 4.750.000 tonnellate che alla fine fanno girare, tra mercato italiano ed estero, circa 2 miliardi di euro, che fanno campare 10 mila addetti ufficiali.

Le imprese agricole della filiera sono circa 7000, le aziende industriali di trasformazione sono poco più di 100. E le catene di distribuzione, quante sono?

In Italia, i primi cinque operatori del settore (Coop, Conad, Selex, Esselunga, Carrefour) rappresentano poco più del 50% del mercato. Nei principali paesi europei come Spagna, Germania, Francia e UK, i primi 5 gruppi coprono dal 60 all'80% dell'intero mercato. 
In questo contesto, alcune insegne “italiane” si distinguono per redditività ed efficienza, cioe riescono a fare dei margini enormi tra il prezzo di vendita e quello che pagano alle industrie. Come per esempio Eurospin, che fa margini industriali superiori a quelli del colosso americano Wal-Mart, o Esselunga che si conferma ai vertici mondiali per efficienza. (Fonte: Repubblica).

Non so se il quadro vi e' ora più chiaro. Per la Grande Distribuzione passa il 70% della spesa degli italiani. E poche catene hanno in mano l'intero mercato dei consumatori. Qualche centinaio di industrie si abbassano puntualmente le mutande per poter avere i propri prodotti sugli scaffali, per poi rivalersi su migliaia di agricoltori. Eppure se, come si dice, l'unione fa la forza, gli equilibri dovrebbero essere ben diversi, invece.

Invece la Grande Distribuzione arriva subito a milioni di consumatori, quello e' il vero potere. Sono rapporti di forza che vanno contro la libera concorrenza.

In questa indagine di Fabio Ciconte per Internazionale (Fonte) si capisce bene chi e' che paga tutti gli sconti, i 3x2, le offerte -30% ecc. Non sono i supermercati a regalarvi l'offerta. Rientrano nei contratti stipulati con i fornitori (le industrie). Se vuoi vendere, devi darmi lo sconto del 30% per poter fare le offerte! E' un ricatto! 

Sproporzioni di filiera

Il punto e' proprio questo, un'assimetria all'interno della filiera. La Grande Distribuzione e' un'unione tra dettaglianti nata dall'esigenza di far fronte al potere dell'industria. Oggi la GDO e' diventata troppo grande rispetto alla miriade di industrie e aziende agricole. Anzi, le grandi catene si sono pure organizzate in Centrali di Acquisto, cioè si mettono insieme e creano uniche piattaforme logistiche per unirsi nella contrattazione contro i fornitori. In questo modo le industrie sono spinte alla concorrenza selvaggia.

Poi c'e' un altro fenomeno in atto (Fonte: Internazionale), l'ascesa della marca del distributore. Secondo delle analisi prospettiche pare che i marchi del distributore (Fior Fiore di COOP, Terre d'Italia di Carrefour, Sapori & Dintorni di Conad) stanno raggiungendo una quota del 50% del mercato di scelta dei consumatori. Significa che la GDO si può permettere di vendere a marchio proprio senza spese pubblicitarie.

E chi sono i produttori dei prodotti con questi marchi? 

Sono le stesse industrie che contestualmente producono a marchio proprio (dovendo fare pubblicità e marketing) e a marchio della catena. Non c'e' partita. La distribuzione si fa industria, ma non produce, fa tutto a rischio degli altri.

Quale la soluzione? Diamo un occhio a un'altra filiera al collasso.

I signori del grano

Dal 1990 ad oggi si è assistito ad una costante e progressiva diminuzione del prezzo del grano duro (e dei relativi ricavi), sia a causa dell’aumento del gasolio, sia della svalutazione della produzione locale legata all'importazione del prodotto estero. Secondo i dati forniti della Camera di Commercio della Provincia di Foggia si è passati da una quotazione di quasi 30 euro al quintale nel 1991 a quella di circa 15/20 euro di oggi

Agostino Del Vecchio (www.statoquotidiano.it) analizza un fenomeno che, da foggiano, conosce bene. La Regione Puglia e l’Italia necessitano di grano estero? Tiriamo un po’ di somme.

La cerealicoltura italiana potrebbe tranquillamente coprire le esigenze della produzione e del mercato locale senza dover ricorrere alle importazioni. Ciononostante, si importa circa il 40% di grano duro estero per far fronte alle esigenze, non solo quantitative ma anche qualitative. Difatti alcuni grani esteri (soprattutto il canadese e quello americano) hanno caratteristiche di livello proteico e colore che i nostri grani non hanno.

Da anni, da quando l'Europa ha deciso di tagliare le scorte di grano, USA e Canada hanno di fatto aumentato gli stock con l'effetto di essere diventati esportatori netti nel mondo, continuando a pilotare i prezzi in regime di oligopolio. 

Con questo grano, in Italia produciamo oltre 3,5 milioni di tonnellate di pasta per metà esportata. Tra i big power acquirenti di grano abbiamo:

  1. Casillo (2 milioni di tonnellate),
  2. Barilla (1,4 milioni di tonnellate),
  3. De Cecco (0,5 milioni di tonnellate) e
  4. Divella (0,30 milioni di tonnellate).

(Fonte:GranoSalus). In pratica 4 big player detengono oltre il 70% del mercato del grano duro. I primi due (Casillo e Barilla) controllano da soli il 53% del mercato totale, un vero duopolio! Questi big player, spostando enormi navi di grano estero nei nostri porti, riescono a pilotare il prezzo del grano a livello locale. 

Quindi, le industrie italiane potrebbero coprire il fabbisogno di grano duro con il solo prodotto nazionale, ma le aziende statunitensi e canadesi dettano i prezzi. Vediamo chi sono i 5 big player che hanno in mano il mercato del grano e di altre materie prime nel mondo. (Fonte: Indipendent)

  1. ADM (Archer Daniels Midland) - Azienda che opera in 75 paesi, con 265 impianti produttivi di mais, frumento e cacao.
  2. Bunge - Fondata in Olanda nel 1818, ha il suo quartier generale a New York, impiega 35 mila persone in 40 paesi occupandosi di semi, oli vegetali, frumento, mais e zucchero di canna. In Italia ha acquisito ciò che rimaneva dello storico Gruppo Ferruzzi.
  3. Cargill - multinazionale USA che impiega 142 mila persone in 65 paesi. Distribuisce frumento, oli di semi e mangimi.
  4. Glencore International - Compagnia aglo-svizzera, possiede un decimo del mercato dei cereali e distribuisce olii di semi e zucchero.
  5. Louis Dreyfus - Compagnia francese che opera dal 1851 in 50 paesi.

Questi giganti, stoccando milioni di tonnellate di cereali, semi e altre materie prime e poi mettendole sul mercato al momento opportuno, di fatto condizionano i prezzi e il mercato.

Ok, da un lato c’e’ la Grande Distribuzione che ha in mano il mercato dei prodotti finiti: dall’altro lato ci sono poche enormi compagnie che invece controllano il mercato delle materie prime agricole. In mezzo ci stanno gli agricoltori e le piccole industrie, schiacciati e mortificati. Qual’e’ allora la soluzione?

Il modello canadese come esempio di nazionalizzazione del settore agricolo?

Il Canada è il primo Paese esportatore di grano duro nel mondo, con circa il 50% del totale esportato, quali le ragioni di tale successo?

Il Canadian Wheat Board (CWB) è stato, fino a poco tempo fa, l’unico venditore del grano duro canadese. Gli agricoltori trasportano il loro raccolto presso gli elevators primari (centri di stoccaggio o deposito privati), ma il grano una volta consegnato è di proprietà del CWB. Le “companies” di elevators applicano delle tariffe per la gestione del grano per conto del CWB. Il monopolio del CWB assicurava un efficiente contrattazione sul mercato del grano duro canadese, facendo gli interessi di tutti gli agricoltori.

Nella Borsa di Winnipeg, non c’era nessuna pubblica contrattazione per il grano duro destinato alla produzione di semola. Il CWB stabiliva i prezzi sulla base della domanda mondiale di grano duro, all'inizio dell’annata agraria (dal 1 agosto al 31 luglio), ed il Governo canadese garantiva il prezzo iniziale, anche nel caso ci fosse un crollo dei prezzi.

Nel caso vi fosse un incremento dei prezzi, il CWB aggiustava i pagamenti e retroattivamente rimborsava i produttori che precedentemente avevano consegnato il loro raccolto. Questo sistema assicurava una ordinata consegna del grano duro durante tutto l’anno, indipendentemente dall'andamento del prezzo mondiale.

Nel 2011-2012 il CWB ha venduto grano a più di 70 paesi per un totale di 7,2 miliardi di dollari, di cui 4,9 miliardi restituiti agli agricoltori. Dal 2001 il CWB ha incoraggiato una maggiore concorrenza tra le aziende del grano, spingendole a migliorare la qualità in cambio di guadagni maggiori. Le varie compagnie mondiali di commercializzazione del grano hanno dovuto interfacciarsi con un unico interlocutore, invece che con tante piccole aziende. Insomma il CWB ha unito una grossa fetta di agricoltori canadesi, tutelandoli dai pericoli degli squali del mercato (Fonte).

Il CWB e' stato spesso accusato dagli altri paesi di concorrenza sleale, ma l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha stabilito nel 2003 che il Wheat Board era un ente di marketing di produttori e non un sistema di sussidi governativi. In effetti, i produttori canadesi non hanno quasi sussidi governativi mentre le loro controparti americane e dell'Unione Europea sono fortemente sovvenzionate. Nel 2011, con il cambio di Governo, dietro la spinta americana, si decise di smantellare il CWB.

Ci fu un lungo dibattito. Poi un referendum. I risultati rilasciati il 2 settembre 2011, mostrarono il 51 percento dei coltivatori di orzo e il 62 percento dei coltivatori di grano favorevoli per mantenere l'Agenzia unica, il CWB.

Ciononostante, il 1 agosto 2012 il governo ha rimosso l'Agenzia ignorando i risultati dei plebisciti. Il 15 aprile 2015 è stato annunciato che una maggioranza del 50,1% della partecipazione in CWB sarebbe stata acquisita da Global Grain Group, una joint venture tra Bunge Limited (la n. 2 delle multinazionali delle materie prime agricole) e SALIC Canada - una controllata della Saudi Agricultural and Livestock Investment Company, per 250 milioni di dollari. Il resto del capitale di CWB sarà detenuto dai suoi membri agricoltori.

Insomma un sistema pubblico che funzionava e' stato in parte smantellato, mettendolo in mani private, in nome del libero mercato. Andate a chiedere agli agricoltori canadesi se adesso sono felici di questo.

Nazionalizziamo l'agricoltura italiana!

L'esempio canadese e' la dimostrazione che la gestione pubblica può conciliare l'interesse pubblico, appunto, ma anche quello del libero mercato. L'agricoltura non e' un'azienda, e' il nostro territorio, la nostra tradizione e cultura. Va difesa!

Ecco perché nazionalizzare sembra l'unica via per dare forza alle tante migliaia di agricoltori, tutelare i prezzi e avere un interlocutore forte in grado di contrattare con le multinazionali, le grandi catene e le industrie. 

Il grano, ma anche tutte le altre importanti derrate agricole del nostro paese, dovrebbero essere protette e gestite da un organo centrale in grado di assicurare mercato e prezzi equi per i produttori, invece di lasciare questi ultimi come buoi smarriti alla mercé di pochi compratori senza scrupoli.

Lo Stato, attraverso i Ministeri dell'Agricoltura e dello Sviluppo Economico dovrebbe creare un'Agenzia o un Consorzio sul modello del CWB, magari lasciando anche un 49% a partecipazioni private. Un Consorzio di tutela sul modello del Parmigiano Reggiano o Grana Padano, che riunisca tutti i produttori che volessero aderire. Insomma, una società che opererebbe nel libero mercato ma con lo scopo principale, quello di tutelare gli interessi dei consorziati, gli agricoltori, e di un asset strategico nazionale, cioè l'agricoltura, i campi, le persone che ci lavorano. 

Un consorzio sul modello del CWB opererebbe come una normale SPA, con manager, amministratori delegati, facendo marketing, contratti, stipulando accordi con le industrie e le principali catene, con il vincolo di redistribuire gli utili agli agricoltori e all'investimento nella modernizzazione del settore agricolo e ambientale. Potrebbero nascere consorzi specifici per ogni filiera, in modo da avere specializzazione nel settore, dal grano, all'ortofrutta, dalle olive, all'uva, fino all'allevamento e alla pesca. Solo lo Stato può fare questo, sempre nel rispetto delle leggi del mercato e senza sconfinare nella concorrenza sleale o nel monopolio. 

Si parla ormai di ri-nazionalizzare le banche, le autostrade, di non privatizzare la sanità e la scuola.

Perché allora un settore strategico e delicato come l'Agricoltura, che riguarda il nostro territorio, deve essere lasciato alla merce' del libero mercato e degli squali della finanza?

Io non so come si possa fare. Porto solo una storia e un esempio. Lancio questo appello alla Politica, alle associazioni degli agricoltori, agli enti non governativi come Slow Food e chiunque si senta di dare un contributo a quest'idea, modificabile, migliorabile, portandola avanti, magari in altre sedi. Si puo fare.

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